Di chi vi fidate per ottenere il miglior accordo su Brexit – me o Jeremy Corbyn?

Di Rebecca Maria Mari.   Dopo quasi un anno dal referendum dello scorso 23 giugno che ha sconvolto l’Europa e la Gran Bretagna stessa, oggi il Regno Unito torna a votare nuovamente. Quando il 18 aprile la premier Theresa May aveva annunciato le elezioni anticipate, le parole chiave del suo discorso erano state “stabilità”, “certezza” e “forte leadership” che a parer suo sarebbero state garantite solo da un voto prima dell’inizio delle negoziazioni con l’Europa. Era evidente la volontà del primo ministro di voler approfittare dell’apparente debolezza del partito laburista, guidato da Jeremy Corbyn, per ottenere un maggior numero di seggi in Parlamento e “strengthen my hand in Brexit negotiations” (“rafforzare la mia posizione nei negoziati per la Brexit”) ma, con grande stupore di molti, i suoi calcoli si sono rivelati sbagliati a giudicare dagli attuali sondaggi. Anziché unirsi sotto la guida dei conservatori, l’elettorato britannico è ancora una volta profondamente spaccato: a inizio campagna elettorale i conservatori detenevano un vantaggio di circa 20 punti percentuali che si è deteriorato fino agli attuali 5-7 punti percentuali, in base a quale sondaggio viene considerato. Nonostante i numerosi errori dell’attuale primo ministro durante la campagna elettorale (notevole la modifica al programma elettorale in seguito alla largamente criticata “dementia tax”), il supporto per i conservatori è rimasto pressoché invariato mentre molti dei voti inizialmente diretti verso partiti minori, quali LiberalDemocrats o Scottish National Party, sono confluiti a supporto del partito laburista. Da un lato ci troviamo dunque di fronte ad un’altissima fidelizzazione dell’elettorato conservatore mentre dall’altro lato la dinamica è stata più complessa; infatti, in seguito alla pubblicazione del programma elettorale laburista... read more

È tempo di una Unione Europea sociale: la proposta del Social Pillar

di Tommaso Grossi. Seguendo la risoluzione del Parlamento Europeo del 19 gennaio, il 26 aprile la Commissione ha presentato la sua proposta per il nuovo pilastro sociale europeo. Il gap sociale di cui soffre l’Unione ha radici che risalgono alla sua fondazione come comunità economica e negli anni si sono fatti lenti passi in avanti in un territorio gelosamente custodito dagli Stati Membri. Gli interventi europei in materia comunque non mancano, come dimostra ad esempio la fondamentale normativa sulla sicurezza sul lavoro (a partire dalla direttiva quadro 89/391) oppure quella inerente all’orario di lavoro (2003/88). Ciò nonostante, questo gap sociale si è fatto sempre più importante per i cittadini degli Stati Membri i quali, sia per ragioni di dumping sociale a volte quasi sostenuto dalla Corte di Giustizia (sentenze Viking e Laval), sia per la corretta sensazione che l’Unione agisce (poiché solo qui ha vero potere) soprattutto a livello di mercato unico, hanno manifestato una crescente insofferenza verso questa impostazione: insofferenza che ha contribuito a generare domande sul senso dell’Unione stessa, le quali hanno purtroppo trovato una risposta completamente sbagliata nei movimenti populisti europei. Dato questo clima di tensione, le aspettative sulla proposta della Commissione sul Pilastro Sociale europeo erano elevate. Il documento della Commissione si presenta come un insieme di principi (20) divisi in 3 sezioni. La prima parte del pillar è dedicata alle pari opportunità di accedere al mercato del lavoro: qui si trovano enucleati il diritto all’educazione e al lifelong learning per restare occupabile sul mercato (punto 1), la parità di trattamento tra uomo e donna (punto 2), il principio di non-discriminazione (punto 3) e il... read more

Trump verso il G7 di Taormina e la leadership climatica europea

di Agnese Vitale. Si è svolto a Roma il 9 e 10 aprile scorso il G7 dedicato ai temi energetici, che ha visto la partecipazione dei Ministri per l’energia e il clima di Italia, Stati Uniti, Giappone, Germania, Canada, Francia e Regno Unito. Al termine del Summit non è stato possibile firmare una dichiarazione congiunta, ad annunciarlo è stato proprio il Ministro dello Sviluppo economico e presidente di turno Carlo Calenda. Tale esito è da attribuire alla posizione degli Stati Uniti di Donald Trump che starebbero riconsiderando le proprie politiche energetiche e climatiche. Sebbene Calenda abbia cercato di riaffermare il dialogo costruttivo con il partner oltreoceano, la solidità degli Accordi di Parigi sul clima, entrati in vigore a novembre 2016, sembra vacillare più che mai. Ancora una volta gli Stati Uniti dimostrano di non accettare la nuova sfida globale del cambiamento climatico, riaffermandosi su posizioni negazioniste e anti-scientifiche. La crociata di Trump La campagna di Trump, finora rimasta nei confini nazionali, ha appena gettato le sue ombre nei consessi internazionali. Proprio pochi giorni dopo il summit di Roma, il 20 aprile, Scott Pruit, eletto da Trump a capo dell’Agenzia Nazionale per la Protezione Ambientale (EPA), ha affermato che gli Stati Uniti potrebbero uscire dagli Accordi di Parigi e che la decisione verrà presa prima del prossimo incontro del G7 di fine maggio a Taormina. Questa affermazione fa seguito alla firma il 28 marzo dell’“Energy Independence”, un ordine esecutivo volto al progressivo smantellamento del “Clean Power Plan”, varato sotto l’amministrazione Obama ed entrato in vigore nell’agosto 2015. Trump comunica astutamente che questo taglio agli standard ambientali farà tornare posti di... read more

La Brexit, cronaca di una tragedia non annunciata

Di Alessandro Venieri.   Adam Smith chiudeva il suo famoso (e lunghissimo) saggio riguardante la ricchezza delle nazioni augurandosi che il Regno Unito potesse, in tempi brevi, “sforzarsi di adattare i suoi futuri progetti e visioni alla reale mediocrità delle proprie circostanze”. A distanza di quasi tre secoli la terra d’Albione appare men che mai propensa ad accettare la propria piccolezza nazionale, e se è vero che i paesi europei si dividono in due categorie, ovvero quelli piccoli e quelli che ancora non sanno di esserlo, pare adeguato collocare lo stato insulare nel secondo gruppo. Anche in queste settimane, per fare un esempio concreto, non c’è discorso pubblico in cui la May dimentichi di definire il Regno Unito quale un “grande paese”. Che il Regno Unito sia un paese particolarmente geloso delle proprie tradizioni e dei propri simboli sembra impossibile da mettere in discussione. Per decenni, in effetti, il modello di sovranità britannico è stato obiettivamente una questione aperta nell’ambito dell’integrazione europea. Vi sono innumerevoli fattori che hanno concorso alla formazione dell’identità britannica così come la conosciamo oggi, ma gli elementi cruciali sono rispettivamente: il retaggio imperiale, frutto di due secoli di dominazioni extra-continentali; il ruolo di super-potenza politica ed economica, ricoperto tra XIX e primi decenni del XX secolo; l’aver concluso due guerre mondiali da vincitrice; il non aver mai subito un’invasione sul proprio suolo negli ultimi nove secoli. Si è creduto a lungo, per quasi un cinquantennio, che l’integrazione europea potesse essere accordata in qualche modo con le gelosie sovraniste e nazionaliste inglesi. Ci si ripeteva, anzi, che il Regno Unito avesse cominciato ad elaborare il lutto... read more

Despoti e Università. 10 secoli di libero pensiero, da Barbarossa alla CEU

Di Giovanni Costenaro.   Il 25 aprile abbiamo celebrato il giorno della liberazione. Ma liberazione da che cosa? Dal nazifascismo, dalla guerra, dalla morte e dalla distruzione che ha portato in Italia. Da tutto questo, e da qualcos’altro. Perché il 25 aprile è anche una data simbolica, che rappresenta la liberazione da un tipo di stato che cerca di penetrare nelle menti dei suoi cittadini, rendendoli sudditi; da un tipo di regime che punta a sottomettere tutte le forme di trasmissione del sapere per perpetrare la propria ideologia, per conservarsi a discapito di persone costrette a vivere in un mondo illusorio, privo di contraddizioni e contraddittori, in apparenza più sicuro ma in realtà mendace e pericoloso. Così pericoloso da costare la vita, tra 1939 e 1945, a più di 50 milioni di persone. Ecco perché questa data è una bellissima occasione, in questo momento storico, per parlare del rapporto tra potere politico e sapere accademico. Un rapporto intricato, sempre intrecciato, a volte ambiguo e poco chiaro, ma sul cui equilibrio si basa la possibilità, per l’uomo, di acquisire nuove forme di conoscenza utili al proprio progresso «materiale e spirituale». E Ora che in Ungheria pare che questo equilibrio si stia spezzando, conviene forse riflettere un po’ sui modi in cui, in passato, la politica è intervenuta destabilizzando il mondo accademico, finendo spesso con il fare del male a se stessa e alla propria comunità di riferimento. Come molti sapranno, il sistema universitario ha origini medievali, quando tra XI e XII sec. gruppi di studenti e professori cominciarono ad associarsi in universitates dotate di diritti collettivi garantiti dalle autorità locali con... read more

Per un’Europa democratica e tollerante. European Youth Debate, Milano

Dal 20 al 22 aprile scorsi si è tenuto a Milano, tra diverse prestigiose sedi – il Palazzo Clerici, il Palazzo Giureconsulti e il Palazzo delle Stelline -, la seconda edizione di European Youth Debate, organizzata dall’associazione di studenti Bocconi European Generation, con il patrocinio del Parlamento Europeo. L’iniziativa ha ricevuto il supporto di molte istituzioni, tra cui l’ufficio informazione del Parlamento Europeo di Milano, l’ufficio di Rappresentanza della Commissione Europea, la Camera di Commercio di Milano, l’ISPI, l’ICE e così via. Il tema di questa edizione era “Europe 2030: beyound boundaries”, in linea con le celebrazioni dei 60 anni dei trattati di Roma. All’evento hanno partecipato 80 studenti da 18 diversi Paesi europei. Alla conferenza di apertura, sono intervenuti gli europarlamentari Brando Benifei e Elly Schlein, Ersilia Vaudo, head of policy office e chief diversity officer della European Space Agency, Antonio Villafranca, head of European Programme, Marco Piantini, consigliere del Primo Ministro italiano per gli affari europei, e Ornella Darova, membro de iMille e presidente dei Jo Cox Laureates (associazione istituita da iMille in memoria di Jo Cox). Ecco il discorso della nostra Ornella: IN THE BELIEF that the European Union of today is unfit to face the major challenges of our time, IN ACKNOWLEDGEMENT that the European future is in the people’s hands, IN THE CONVICTION that European unity, rather than division, is the best way forward, we, as young Europeans, have come together 60 years after the signing of the Treaty of Rome to stand up for Europe. We believe that it is our duty as the next generation to contribute to the shaping of our common destiny,... read more

Per la CEU e la libertà, un appello a Orbán e all’Europa

Appello dei Jo Cox Laureates.   Analizzando le rassegne di autorevoli siti di graduatorie internazionali delle università, la Central European University (CEU) si classifica tra le prime 50 istituzioni di eccellenza a livello mondiale nell’insegnamento delle Scienze Politiche e Studi Internazionali. Fondata nel 1991 da George Soros, magnate ungherese naturalizzato americano, dal momento della sua istituzione la mission della CEU è stata la promozione attiva del dialogo interdisciplinare, fondato su solide basi scientifiche, finalizzato alla ricerca di soluzioni per la buona governance, lo sviluppo sostenibile e la trasformazione sociale. L’ateneo che – a buon diritto – dovrebbe essere il fiore all’occhiello del sistema di istruzione superiore ungherese nel campo delle scienze sociali, minaccia ora di chiudere a causa di quello stesso spirito critico che ha caratterizzato l’istituto dalla sua fondazione. Il pensiero critico, le proposte di cambiamento sociali e l’apertura al multiculturalismo proposti dalle CEU non possono essere definiti elementi ben graditi dal governo del Primo Ministro Viktor Orbán, che ha reagito denunciando la presunta illegalità dell’ateneo. La proposta di emendamento all’Atto CCIV del 2011 sull’Istruzione Superiore Nazionale presentata il 28 marzo in Parlamento prevede un inasprimento delle regole nelle emissioni dei titoli di laurea che renderebbe di fatto impossibile per la CEU e per qualsiasi altra istituzione accreditata in altri Paesi oltre all’Ungheria di operare sul territorio nazionale. Nello specifico, se l’emendamento venisse approvato, la CEU – università accreditata in Ungheria e negli USA – sarebbe costretta ad introdurre modifiche draconiane, tra le quali: il cambio di nome dell’ateneo; l’apertura di una sede in territorio statunitense; l’invio dei nomi dei candidati selezionati per l’insegnamento, per la revisione e... read more

Brexit e la risoluzione delle controversie stato-investitore

di Chiara Coppotelli. Il 29 Marzo 2017 è stata ufficialmente avviata la procedura che porterà il Regno Unito ad uscire dall’Unione Europea. E’ impossibile sapere come si svolgeranno i negoziati e quali saranno le effettive conseguenze di questo evento senza precedenti. E’ invece certo che non potrà esserci una risposta a carattere generale, ma ciascun specifico settore necessiterà di trattative singole. L’analisi che segue avrà ad oggetto i possibili risvolti nelle controversie arbitrali fra stati e privati in materia di investimenti. Data la centralità degli investimenti cross-borders nell’economia moderna, fin dalla prima metà del 900’ è sorta la necessità di dare un’adeguata tutela al soggetto, individuo o società che sia, che decide di investire in uno stato straniero. La tutela offerta dalla giurisdizione dello stato ospite, non è, infatti, spesso sufficiente, soprattutto quando quest’ultimo realizzi un’espropriazione dell’investimento o discrimini l’investitore straniero. Se le corti dello stato ospite non risultano appropriate per risolvere controversie di tale genere è allora preferibile ricorrere ad un forum neutrale, il cosiddetto arbitrato stato-investitore (Investor-State Dispute Settlements o ISDS). Le clausole ISDS sono inserite nei trattati fra due (bilaterali) o più stati (multilaterali). Il trattato fra lo stato ospite dell’investimento e lo stato nazionale dell’investitore governa l’investimento realizzato, fornendo una tutela ulteriore rispetto a quella stabilita dal solo contratto di diritto nazionale fra lo stato ospite e l’investitore straniero. Per anni i singoli Stati Membri dell’Unione Europea hanno singolarmente negoziato e concluso trattati sugli investimenti, che hanno contribuito con gli altri stati alla nascita, non solo di un diritto pattizio degli investimenti, ma anche di un vero e proprio diritto consuetudinario. L’entrata in vigore del... read more

CREAKING AT 60?

L’Europa all’indomani del suo 60° compleanno. Ma cosa c’era da festeggiare? di Erika Aloia. Domenica 25 marzo scorso, nelle piazze di tutta Europa volteggiava una bandiera azzurra puntellata con dodici stelle gialle. Giovani, famiglie, anziani e bambini hanno voluto cosí celebrare il sessantesimo compleanno dell´Unione Europea e ringraziarla per quello che ha fatto e che sta facendo per noi, cittadini europei. Ringraziarla, ma anche difenderla. Probabilmente mai come adesso infatti, l´Unione é accusata di non far piú gli interessi dei suoi cittadini, e dunque di non rappresentarli. Sulle testate giornalistiche spiccano insinuazioni sulle scelte europee poco mirate ai nostri interessi, e partiti anti-europeisti fanno a gara in tutto il continente per accaparrarsi seggi nei parlamenti nazionali.É di vitale importanza, dunque, domandarsi se si sia fatto bene a celebrare, o se invece dovremmo sventolar bandiera bianca e dar ragione a coloro che puntano il dito, rabbiosi, a questa Unione malvagia. Era il 25 marzo del 1957 quando Antonio Segni, Christian Pineau, Konrad Adenauer, Paul-Henri Spaak, Joseph Luns e Joseph Bech si sono ritrovati in una stessa stanza, nella cittá di Roma, e hanno cambiato il modo di percepire il nostro spazio e le nostre libertá. Sessant´anni fa, infatti, una boccata di senso di condivisione e di ricerca della pace portó sei paesi europei a firmare uno dei trattati internazionali piú importanti della storia. Uno dei piú importanti perché nasce dalle ceneri di due guerre mondiali e porta con se un messaggio di pace, ma non solo. Questa data segna anche la nascita di un trattato longevo e destinato a imprimere profondi cambiamenti non soltanto nella storia del nostro continente, ma... read more

White Paper

Policy Proposals For a better, united Europe In occasione delle celebrazioni dei 60 anni dei Trattati di Roma, e in un momento storico così delicato e importante come quello che stiamo vivendo, noi, Jo Cox Laureates, abbiamo deciso di raccogliere i messaggi fondamentali contenuti nelle nostre tesi di laurea e soprattutto i nostri suggerimenti di policy in un White Paper. Si tratta di un documento che unisce i nostri studi nei temi più disparati – dalla politica monetaria al commercio internazionale, passando per il ruolo dell’Europa nel conflitto israelo-palestinese e per le politiche migratorie dell’Unione. Il fil rouge che li lega è uno sguardo lucido, disciplinato dal metodo scientifico, nel guardare alle straordinarie conquiste dell’Unione Europea, ma anche un dichiarato intento di proporre sviluppi e prospettive, riconoscendo nell’Unione un progetto in itinere che si prefigge ancora molti importanti obiettivi da raggiungere. Il contributo che noi, Jo Cox Laureates, vogliamo offrire con questa raccolta di saggi è qualcosa che va oltre la celebrazione dell’Unione e anche oltre la commemorazione della deputata britannica Jo Cox, i cui valori ci hanno ispirato ed unito. È piuttosto un tassello di quella nuova Europa di cui tutti parlano ma che ancora facciamo fatica a costruire: un’Europa dei cittadini, che include, accoglie e valorizza le idee, la conoscenza, i saperi, come afferma Ivan Scalfarotto nella prefazione al White Paper. Il documento è liberamente disponibile al link qui sotto riportato, in lingua inglese, affinché ogni cittadino europeo, e non solo, possa leggerlo, comprenderlo, rifletterci. Ed è proprio un momento di riflessione, quello che i Jo Cox Laureates cercano di offrire, al dilà di facili slogan, con... read more

Gruppo Laureati Jo Cox. Per l’Europa di domani

di Raoul Minetti. Si e’ svolta a Roma la premiazione del Premio di Laurea Helen Joanne “Jo” Cox per Studi sull’Europa. Una giornata splendida, in cui tanti giovani hanno parlato del futuro dell’Europa con speranza e progettualita’. iMille ringraziano i 15 bravissimi ragazzi finalisti del Premio Jo Cox per studi sull’Europa, la vincitrice Ornella Darova, gli esponenti delle istituzioni presenti, e il comitato scientifico del Premio. E’ solo l’inizio. Nasce in questi giorni il Gruppo Laureati Jo Cox, comprendente tutti i 15 finalisti del Premio. Ne sentirete...
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